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L’Amore ai tempi del Nucleare

15 febbraio 2010

Su ScaricaBile 27. Si ringrazia con ardore Flaviano per le illustrazioni.

«L’amore non è un semplice sentimento, parlo di Amore con la A maiuscola, quello che ti dà il coraggio di osare, di scriverlo così anche lontano dal punto. L’amore è una cosa meravigliosa, è tutto ciò di cui tu hai bisogno per essere sereno, e insieme tutto di quello di cui non hai bisogno mentre guardi il calcio in tv. A meno che non ti sia seduto scordandoti della birra. E’ così e basta, cosa vuole che le dica, sono felice per lei»
Finalmente il vecchio ubriaco tacque. In fin dei conti l’avrei dovuto ringraziare, in quel lungo viaggio   eravamo   solo   in   due   sulla   capsula,   che   non   mi   pareva   nemmeno   troppo   sicura, dovendo proteggerci dalle atmosfere delle profondità del Tirreno. Poche ore prima ero stato ricevuto tra vetri schermati da agenti del sisde che curiosamente avevo conosciuto su facebook mesi addietro. Mi era stata spiegata la missione ed ero stato scortato fino all’ingresso del tunnel. Era certo più angusto di quello che mi aspettassi, essendo stato ideato per ospitare di lì a   poco   dei   cavi   capaci   di   trasportare   dalla   centrale   nucleare   sarda   alla   penisola   i   1500 megawatt prodotti.
L’altro passeggero era un ex maestro elementare precario di un quartiere disagiato di Cagliari. Aveva vinto il biglietto in un’estrazione riservata ai possessori di buste di alimentari regalate anni prima in cambio di voti. Io ero invece reduce da intercettazioni fatte a casa di Genchi e mi recavo a Cagliari per incontrare le eminenze grigie del PdL sardo: Floris, Zuncheddu, e David lo Pan. L’incontro previsto in mattinata fu rinviato dato che Ugo Cappellacci non poté venire per via dell’improvvisa faringite che aveva colpito il ventriloquo che lo muoveva. Dedicai allora la giornata all’altro motivo del mio viaggio: incontrare Laura.
Frequentavo da mesi un sito che organizzava incontri tra ex stalker e non avevo avuto fortuna, ma sapevo che Laura avrebbe fatto storia a sé. Il suo bersaglio era stato per anni Gabriele Paolini e il fatto che  lo seguisse costantemente denotava pelo sullo stomaco, meticolosità e costanza, tanto che la sua scheda la classificava tra le A+, ossia capace di braccarti come un Simon Wiesenthal a cui devi dei soldi.  Ogni tentativo di trovarle un compagno era stato inutile, nessun uomo risultava interessarle quanto il suo Gabriele; ma il tempo era dalla mia parte, perché il programma per ex stalker concedeva solo un anno di tempo per sistemarsi e non incorrere nella castrazione chimica. La cosa mi faceva rabbrividire, da fervente sostenitore dell’omeopatia.
La sua era stata un’infanzia felice, circondata dal calore di una normale famiglia di pitbull, che l’avevano allevata assieme ai loro cuccioli; finché la cagna non cominciò a bere e i servizi sociali la affidarono a una famiglia che gestiva una filiale delle Edizioni Paoline. Già in prima elementare nessuno avrebbe potuto immaginare quello che aveva passato; anche se il suo girare vorticosamente cercando di mordersi le natiche lasciava perplessi. Adesso conduceva una torbida doppia vita: di giorno si prostituiva in un centro benessere e di notte in incognito faceva la ricercatrice, uscendo dall’università con gli occhiali da sole per non farsi riconoscere.
Ora penserete che appena sia arrivata l’abbia portata subito in albergo, ma non è vero, non sono così. La portai a fare un giro al parco, ma odiava graffiarsi le ginocchia e i gomiti sull’erba così la dovetti portare in albergo. Mi disse che nessuno era mai stato bravo come me, mentre stando in piedi dietro di lei facevo le corna urlando «Berlusconi merda». Ero al settimo cielo quando dall’esterno iniziarono a sentirsi delle urla via via più forti e un rumore di vetri infranti. Erano teppisti all’assalto del palazzo della Regione, che poco dopo diedero alle fiamme un pupazzo in tutto somigliante a Cappellacci. Le ustioni sarebbero poi risultate letali e il funerale del governatore fu celebrato il pomeriggio seguente. Quella stessa notte il mio telefono squillò: ero stato convocato d’urgenza, e per non insospettire Laura dissi che uscivo a comprarle un dodo. Non batté ciglio, aprì il borsone e tirò fuori un bambolotto che in 30 secondi ebbe finito di gonfiare; uscendo la guardai ammirato ma non mi stupii, perché mi aveva confidato di essere sempre stata una ragazza previdente, dai tempi in cui era Testimone di Geova e portava sempre con sé uno spray repellente per locuste.
All’indirizzo che mi avevano riferito trovai un’enorme villa, ma appena dentro mi sembrò di stare sul set del remake di Eyes wide shut, a parte le telecamere. Una   voce   alle   mie   spalle   mi   fece   trasalire:   «Finalmente   è   arrivato!»   disse   un   uomo incappucciato, che mi accompagnò in giro per l’edifico spiegandomi: «La situazione si sta evolvendo in fretta, anche i cittadini più distratti sono arrivati a capire che il tunnel non servirà per il gasdotto e che la centrale nucleare che stiamo ultimando servirà solo alla penisola. Comunque   niente   paura,   la   rivolta   verrà   sedata   e   tutto   sarà   ristabilito.   Arresteremo   una dozzina di indipendentisti, diremo che è stato il governatore ad insistere per la centrale e troveremo un commissario e poi un sostituto. Anzi, ho già ricevuto una telefonata da Roma per annunciarmi il nome del prescelto. Ha scelto l’assessore provinciale allo spettacolo, il figlio di un suo ex amico musicista…». Vennero in  due a chiamare d’urgenza l’uomo incappucciato  perché andasse a curare una ragazza finita in overdose, lui si scusò e mi disse di attenderlo nella terrazza superiore. Lassù il paesaggio era bellissimo: l’orizzonte del mare in una notte senza luna era una piacevole sfida da cogliere, ma venne disturbata da un bagliore indefinito che comparve sulla strada litoranea. Pian piano riconobbi un cordone di auto e camion in avvicinamento e dall’aspetto ben poco pacifico. Capii che tutto era perduto e senza dare nell’occhio guadagnai l’uscita, saltai sull’auto di Laura e corsi verso la città. Potevo immaginare come avrebbero ridotto la villa di lì a poco, ma mi importava solo che nessuno mi seguisse.
Salii   le   scale   di   corsa   ed   entrai   nella   nostra   stanza   d’albergo   urlando   «Laura   dobbiamo scappare! Sta succedendo un finimondo! Ti porto con me a Milano, a Roma, dove vuoi…». Quando la vidi stava rannicchiata sul letto con le mani tra i capelli, non capivo cosa stesse succedendo, finché singhiozzando non mi indicò la tv. La giornalista in studio disse «Ancora una volta questo personaggio incivile…» e tutto mi fu chiaro. Comparvero le immagini del collegamento da Cagliari e dietro il corrispondente c’era Paolini che sbraitava. Mi voltai verso di lei, che sollevò lo sguardo e disse solo «Ho passato dei bei momenti con te, ma… sento che ora il mio posto è qui. A lottare insieme a lui.»
Scesi nella hall, sgomento, ma al secondo mojito due gorilla in occhiali da sole mi prelevarono e   sfrecciando   mi   scortarono   verso   il   tunnel,   scaraventandomi   dentro   la   capsula   senza nemmeno un augurio di buon viaggio. Nemmeno stavolta ero solo, c’era con me un’ avvenente ragazza che disse subito «Ciao, sono la Jole, vengo da Rovigo e sogno di fare l’attrice, ma so anche cantare, beh non è che sono brava ma Lui mi ha detto che ho una bellissima voce, anche se quando lo facevamo non mi ascoltava nemmeno parlare, che fatica questi convegni e questi corsi, che storia sai vogliono candidarmi ma cioè il mio sogno più profondo è quello di fare la cantante, farei di tutto per un’ occasione…»
«Che combinazione, io sono un produttore musicale. Sai la Sony e la Virgin? Tutte e due mie. Ero qui per dire a Marco Carta che se non vende altre 500 mila copie può tornare a fare il parrucchiere e aaaaah! Si, brava…»

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