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Da un grande potere derivano grandi responsabilità

4 ottobre 2010

Quando ho sentito la bestemmia ho provato una profonda delusione. C’è chi non si rende conto del ruolo che riveste e di cosa esso comporti in termini di responsabilità e di aspettative generate.
Mi riferisco ovviamente a Niccolò Ghedini.
Il nostro eroe (non ce ne voglia Mangano, che ci osserva dal cielo sul suo cavallo e mezzo alato) si è visto recentemente insidiare dai legali di Sgarbi, che per difendere la frase del loro assistito «Travaglio è un pezzo di merda tutto intero» si sono lanciati in un commovente elogio del letame e delle sue proprietà.
Un campione come Niccolò cosa si sarà inventato per replicare? Nulla, anzi peggio: un’intervista frignona su Repubblica in cui arriva a dire «Anch’io mi deprimo, sento il peso di una fatica che si fa sempre più dura. O pensa che non abbia momenti di fragilità? O non mi chieda: è giusto o sbagliato quello che sto facendo.».
Non c’è che dire, il prode Niccolò è in un momento di difficoltà e di demotivazione. Ci vorrebbe qualcosa di grosso per ridare slancio al Robert Shapiro del triveneto; quando ecco che, come in ogni film sportivo/natalizio/con animali/bambini/adolescenti del palinsesto pomeridiano Mediaset, l’occasione arriva:
L’Espresso tira fuori una registrazione di Berlusconi che a L’Aquila nel post terremoto racconta a dei militari una barzelletta su Rosy Bindi, la cui chiusa è una bestemmia: un “Orco Dio!” urlato che fa partire la risata dei soldati.

Dai Niccolò, è tua!
C’è la morbosità, l’intrusione, la strumentalizzazione di una “storiella innocua”, lo spirito cameratesco utile a motivare i giovani…
Nulla. Di nulla.
La difesa della bestemmia passa addirittura a Monsignor Fisichella che si dimostra all’altezza invocando la “contestualizzazione”.
Ammiro l’estro dell’arcivescovo ma resto paralizzato dalla delusione, come un reduce di Woodstock (quella vera) che scoprisse che Hendrix è ancora vivo e ora apre i concerti di Justin Bieber.
Non sopporto il pensiero che Ghedini non abbia provato nemmeno a dire «dopo la saga di Shrek il termine “orco” ha ormai stemperato le sue connotazioni negative passando ad identificare anche un essere amato dai bambini…»
Non posso vivere così… basta!

BANG!

…si è inceppata.
Immaginarne una funzionante è sempre troppo complicato.

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Editoriale primo maggio

8 maggio 2010

Con la crisi dell’editoria che si fa sempre più grave, l’editore di ScaricaBile (ebbene sì, non siamo fortunati come Belpietro il cui editore “è la mia coscienza”) prosegue coi tagli e così nell’ultimo numero ospitiamo l’editorialista di un’altra rivista del gruppo, il nostro omonimo con la ‘b’ minuscola ‘Scaricabile – scritture private e letture d’evasione fiscale’:

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I sindacati quest’anno hanno scelto Rosarno per le celebrazioni del primo maggio, e in casi come questi occorre mettersi una mano sulla coscienza e pronunciare parole coraggiose. E’ vero che a sud dell’uscita per Voghera sono tutti terroni, ma alcuni sono più terroni di altri, per cui noi stiamo coi cittadini di Rosarno, per tutto quello che hanno subito.

Stiamo con loro perché ogni giorno devono tollerare la vista e, diciamolo, anche la puzza di extracomunitari quasi tutti clandestini che vivono in capannoni e si fanno sfruttare facendosi pagare così poco che nessun italiano, nemmeno un calabrese, accetterebbe di lavorare al posto loro. Gli immigrati si ribellano, sfasciano tutto dando la colpa ai cittadini per la loro condizione, così per i buonisti i cittadini di Rosarno diventano degli aguzzini, e per voce del paladino della giustizia a cottimo Saviano vengono chiamati mafiosi perché qualcuno ha tirato due pallini su un clandestino. Avercene di esempi di civismo come questi in Padania.

E poi il primo maggio è la festa del lavoro, basta con questa retorica degli sfruttati, degli stage, dei morti sul lavoro… I morti sul lavoro sono così pochi che si muore molto di più sulle strade, dove pure fanno queste campagne antialcol che, come dice bene Zaia, sono “un’autentica cazzata”.

Celebriamo invece chi il lavoro lo crea e lo dà. Non siamo un popolo di operai, ma di imprenditori. Abbiamo miriadi di partite iva, di veri benefattori della società, che sono le vere vittime, strozzati dalle tasse di cinquant’anni di governi di sinistra. L’economia italiana si regge su chi produce e sui loro suv, sulle loro poltrone comode in business class, sui loro 14 metri ormeggiati a Portofino. Celebriamo dunque chi ci ha dato lustro nel mondo: l’impero di Calisto Tanzi, l’intuizione di Matteo Cambi, il genio tutto italiano di Charles Ponzi.

-Questo editoriale è solo il 5% di quello scritto per l’edizione lussemburghese-




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